Porto di Gioia Tauro [1998 - 2000]
“Abbiamo il passato, il presente e il futuroâ€, dicevano teatralmente gli uomini del clan ai dirigenti della Medcenter-Contship, la società che ha inventato lo scalo marittimo calabrese facendolo diventare in breve tempo il più grande del Mediterraneo, con tremila navi all’anno in banchina e due milioni di containers movimentati.
All’inizio del 1999 una inchiesta della Criminalpol provava che le società di comodo dei “casati†mafiosi della Piana di Gioia Tauro in contatto con la politica, l’economia e le istituzioni, riuscivano a monopolizzare servizi, forniture e manodopera, a godere di agevolazioni finanziarie e sovvenzioni comunitarie. Erano i clan a incassare il pizzo e, addirittura, a rifornire d’acqua potabile le navi in partenza. Era la mafia a gestire gli approdi, a regolare l’accesso al porto, a controllare le manovre delle grandi portacontainers.
In che modo ? Condizionando le scelte della pubblica amministrazione, godendo di coperture politiche e fruendo quantomeno delle “disattenzioni†della Medcenter. Due anni di indagini concluse con con 23 arresti, otto ricercati, i più bei nomi della ‘ndrangheta di Gioia Tauro, di Rosarno e della Piana, dai Piromalli, ai Pesce e ai Bellocco, presi con le mani sporche assieme ai loro “uomini di paglia”. Tra essi nomi importanti dell’imprenditoria, secondo i magistrati inquirenti “asserviti” al clan Piromalli-Molè, come Sebastiano Zappia e Giancarlo Liberati.
Quest’ultimo è amministratore della Edilmil, impresa che ha lavorato alla costruzione della Scuola allievi carabinieri di Reggio.
I due, annota il Gip, avevano messo a disposizione di Girolamo Molè, “le loro capacità tecniche e imprenditoriali, i loro rapporti e contatti con il mondo politico, economico e istituzionale”. Agivano insomma da “intestatari fittizi†e hanno fatto in modo di far partecipare il gruppo criminale ai lavori che l’impresa Todini si era aggiudicata nell’area portuale. Liberati, inoltre, secondo l’accusa, si era adoperato per stabilire rapporti tra il clan, il deputato di Forza Italia Amedeo Matacena, già rinviato a giudizio per associazione mafiosa, e la società Sogesca.
Secondo i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria la retata, tagliando le gambe alle imprese mafiose monopolistiche (Mariba, Babele…) che hanno scacciato aziende concorrenti, aiuta a ristabilire la libera concorrenza. “Pensavamo che l’arrivo di imprese di livello internazionale, come la Contship, servisse a respingere naturalmente gli appetiti mafiosi”, spiega il procuratore aggiunto antimafia, Salvatore Boemi, “invece abbiamo capito che i clan di Gioia Tauro, una vera borghesia mafiosa, non hanno trascurato un bel niente di fronte alle opportunità offerte dal porto”.
L’avevano battezzata “Ultima” questa inchiesta. Ma ultima non sarà . “La storia della ‘ndrangheta è questa”, dice Mario Blasco, il capo della Criminalpol calabrese, “rilancia proprio quando subisce i colpi più duri”. Così, mentre la Medcenter si è blindata contro incursioni ‘ndranghetiste e gli investigatori si affidano a sistemi satellitari per il controllo dei containers sbarcati, la polizia ha “sistemato” nell’area portuale ben 150 agenti: “Ci sarà ancora da lavorare”, afferma il questore Franco Malvano. Incominciando dalle coperture politiche che s’intravedono nel troncone dell’indagine in cui, come testimoni, sono stati sentiti Romano Prodi, il ministro Vincenzo Visco, l’ex sottosegretario ai Trasporti Giuseppe Soriero (“Il disegno mafioso che avevo denunciato alla Camera non è passato”), il deputato del Ppi Armando Veneto, per anni sindaco di Palmi, per tre governi – D’Alema II, Prodi, Amato – sottosegretario alle finanze.
Il clan Piromalli imponeva un pizzo di un dollaro a container. In un anno da Gioia Tauro ne transitano circa due milioni. Ma da Gioia passano tabacco di contrabbando e soprattutto stupefacenti.
Il 3 settembre del 1999 la guardia di Finanza sequestrava nel porto di Gioia Tauro 1450 chili di cocaina purissima, quasi una tonnellata e mezza di droga per un valore commerciale di 360 miliardi.
In totale 1203 pani, uno dei più grandi sequestri mai effettuati in Europa grazie alla collaborazione di diverse polizie del continente.
Il carico consisteva in cocaina surgelata all’interno di fusti di frutta tropicale predisposti da una società colombiana di import export legata ai cartelli di Medellin. Faceva tappa a Gioia Tauro in un complicato itinerario: dalla Colombia al Guatemala, quindi in Italia, poi in Grecia, a Salonicco, di nuovo in Italia a Trieste e quindi a Vienna. Nella capitale austriaca è avvenuto il blitz con nove arresti: tre olandesi, tra cui Robert Van De Bleek, uno dei più noti esponenti del narcotraffico europeo, due slovacchi, un macedone, un cittadino austriaco e uno greco.
Quando il carico è arrivato in un container al porto di Gioia Tauro, ufficialmente diretto in Macedonia, i finanzieri hanno deciso di intervenire.
“C’era una segnalazione ben precisa e una opportunità da non perdere”, ha dichiarato il procuratore della Repubblica di Palmi Elio Costa, che lamentava la mancanza di un sistema di controllo video che con 35 miliardi consentirebbe di passare ai raggi X i due milioni e mezzo di container in transito nel porto ed eviterebbe tra l’altro, come è già stato accertato, evasioni per 55 miliardi per l’ingresso di tabacchi di contrabbando.

settembre 24th, 2007 ore 6:49 am
Credo sia opportuno effettuare bene le ricerche prima di gettare fango sulle persone “PERBENE”. Sopratutto la notizia va seguita dall’inizio alla fine di ogni vicenda. In special modo se giudiziaria.
Se ciò fosse stato fatto qualcuno si sarebbe accorto che nel processo Porto, accanto a molti criminali condannati in via definitiva c’erano delle vere e proprie vittime incolpevoli gettate non si sa perchè nel calderone giustizialista da qualche pseudo paladino della legalità , sostenuto dai molti “professionisti dell’antimafia” che vagano per la ns. vituperata regione in cerca di consensi ma sopratutto di carriera politica e giudiziaria.
Ritengo doveroso far luce sul mio nome e raccontare come stanno effettivamente le cose. Giancarlo Liberati, insieme ad altri come Sebastiano Zappia, Gianfranco Ruggero il Com.te Riso etc., è stato “ASSOLTO” perchè il FATTO NON SUSSISTE. La bravura del difensore è stata addirittura offuscata dalla richiesta in tal senso del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione che per primo ha formulato tale richiesta, accolta in toto dalla Corte.
E’ pur vero che ad oggi rimane uno strascico della triste vicenda : “LA RICHIESTA DI DANNI MATERIALI, MORALI ED ALLA SALUTE” PER “7 MILIONI DI EURO” . Quindi onde evitare di gettare benzina sul fuoco e fangoin faccia alle persone, sottolineo ancora “PERBENE”, invito ogni giornalista a fare bene il prprio lavoro ed a seguire ogni storia fino alla fine, essendoci dietro ogni storia un essere umano che ha il sacrosanto diritto di ottenere, dopo tanta ingiustizia, un pizzico di verità .
Spero che questo commento venga ripreso dai molti blog della rete così come è stato fatto per la notizia originaria.
Giancarlo Liberati